E davvero lontano ci porta questa fotografia! Appartiene alla famiglia di Marilena, mia moglie e ci accompagna negli anni attorno alla prima decade del 1900 perché mio suocero era del 1901.

Un bel gruppo di 21 bambini seri e impettiti, neanche un sorriso, tutti vestiti di scuro, “da festa”, come tanti uomini in miniatura. Sono tutti maschi ed era sicuramente una pluriclasse. Al centro il maestro, con uno sguardo autoritario e un piglio quasi militaresco.

È il maestro Garro Giuseppe, nato nel 1870 e morto nel 1937. Non l’ho conosciuto, ma di lui si ricordava la gente, come di un maestro serio e molto severo. Abitava in un cortile che fiancheggiava Via Roma, a poche decine di metri dalla scuola, con la moglie Anna, anche lei maestra. Lei ha avuto la fortuna di vivere molto più a lungo; è mancata alla bella età di 91 anni, nel 1964 e perciò la conoscevo, anche perché era la mamma della mia maestra, Giuseppina Garro, brava e dolce come la sua mamma. Essendo da sposare, ha sempre vissuto in casa con i genitori.

Tutti sono sepolti nella tomba di famiglia, nella parte più antica del cimitero di Cervasca, compreso Luigi, il fratello di Giuseppina che aveva seguito la carriera militare, raggiungendo il grado di colonnello.

Se questa foto ci regala ricordi lontanissimi, anche i miei ricordi personali appartengono a una scuola molto diversa da quella che vivono oggi i miei nipoti.

Ho già detto che la mia maestra è stata per quattro anni (ho frequentato la quinta in seminario) la maestra Garro. Con lei insegnavano la maestra Enrichetta (Richeta), la maestra Serale, la maestra Vinay e la maestra Bagnis. È normale ricordarle con l’appellativo “maestra”, perché così le chiamava la gente. Solo la maestra Richeta era identificata con il nome, le altre insegnanti con il cognome.

Però erano tutte del paese; le più vicine venivano a scuola a piedi; la maestra Serale, da Roata Gavì, veniva in bicicletta; la maestra Bagnis, che abitava a San Defendente, era motorizzata! Una grossa novità per quei tempi!

Io abitavo nella casa che, verso est, “chiudeva” il cortile della scuola, separandolo dai campi; mio papà Guglielmo lavorava per il comune; tutti lo conoscevano come Vierm, la guardia. Già suo padre, Nòto (Notu), ël cantoné, era alle dipendenze del Comune. Quando nonno era ormai prossimo alla pensione, mio papà aveva lasciato il suo lavoro da muratore e per un certo periodo aveva lavorato insieme al suo papà; il Comune però pagava uno stipendio solo, che loro si dividevano equamente.

Per il funzionamento del Comune, oltre alla guardia che era di supporto agli altri impiegati, tutti cervaschesi, c’erano: il segretario, l’impiegata dell’anagrafe, il messo (incaricato di portare gli avvisi, ma spesso l’incarico pratico passava a mio padre), il daziere (si pagava una tassa per le merci comprate fuori comune) e l’operaio che si occupava delle manutenzioni esterne, soprattutto delle strade, ed anche di scavare le fosse per i funerali.

Una delle mansioni della guardia era anche quella di accendere le stufe negli uffici comunali; le aule scolastiche si trovavano nello stesso edificio, costruzione che allora aveva un lato lungo Via Roma e continuava con un lato perpendicolare verso est, fin dove c’era casa mia; per le aule il Comune aveva un contratto con due famiglie: mia mamma doveva occuparsi di tre aule e la famiglia Delfino, la mamma Ghitin e/o la figlia Ida, accendevano le stufe nelle altre due aule. 

Erano 8 le stufe da mettere in funzione ogni mattina; partivamo sempre insieme perché io aiutavo la mamma; papà si occupava degli uffici comunali e noi due delle tre aule. Quando arrivavano i bambini le stufe erano tutte accese, ma gli ambienti ancora freddi.

Non era un problema; gli scolari, che giungevano tutti a piedi, anche dalle borgate più lontane, erano già soddisfatti del tepore emanato dalle stufe già scoppiettanti; erano stufe in terracotta, a tre piani. Le maestre si occupavano di tenerle accese durante le lezioni, ricorrendo agli allievi più grandicelli per l’approvvigionamento della legna. Così l’ambiente era tiepido e piacevole; a volte qualche maestra, approfittando di questo tepore, si fermava ancora in classe per correggere i compiti o preparare le lezioni dell’indomani, dopo l’uscita degli scolari, al pomeriggio.

La legnaia era sempre ben rifornita; a volte le maestre la usavano come spauracchio per i più indisciplinati, minacciando di chiamare mio padre e di farli portare lì, al buio e in compagnia dei topi! Beh, in quegli anni qualche insegnante (non tutte, naturalmente) usava anche castighi poco ortodossi, come bacchette o gusci di noce su cui doversi inginocchiare! Altri tempi!

L’inizio della scuola era annunciato dal suono della campana; di questo si occupava il sagrestano Cheto (Chetu), sempre puntuale; dal Comune riceveva un compenso annuale per questo servizio. Quando sonava scòla chi era ancora per strada iniziava a correre per non arrivare in ritardo!

Scene di un mondo ormai scomparso, un mondo in cui i bambini, anche i più piccoli andavano a scuola da soli e senza grossi pericoli, di un mondo con il tempo regolato dal suono delle campane e se si era in ritardo bastava accelerare il passo!

Romano Massa