
Categoria 16 – 18 anni: Chiara Fantin, di San Rocco Bernezzo
Il furto della felicità
Arya apre gli occhi. Muove la testa: le fa male il collo per aver dormito l’ennesima notte sul pavimento. Si sistema i capelli. Indossa delle ciabattine rotte. Una volta erano le sue preferite, rosa. Ora sono diventate grigie. È sola. Si guarda attorno e non vede nulla, o meglio, nulla ha un colore. Tutto è grigio, come le sue ciabattine. Si alza, cercando di passare tra una pietra e l’altra senza farsi male. Vuole vedere la luce. Esce da quella che una volta era la sua camera da letto, e si ritrova nel grigio, un’altra volta. Non c’è il sole. “Ma da quanti giorni non c’è più il sole qui?” si chiede ad alta voce, arrabbiata. Nessuno le risponde. Cosa si aspettava? Nulla, in realtà, ma un detto lo conosce molto bene: “La speranza è l’ultima a morire”. Ormai, però, è passato di moda.
Cerca di farsi strada tra i resti nelle macerie: passeggia avanti e indietro. “Ah sì, quella era la casa di Akio, lui è morto l’altro giorno”. Lo dice sempre ad alta voce, quasi come volesse ogni giorno ricordarselo meglio. O forse no. Vorrebbe solamente raccontarlo a qualcuno. Ma quel qualcuno non c’è. È sola.
Dopo aver percorso la solita strada che ogni mattina fa per prendere l’acqua, si siede per terra. È stanca. Sono notti insonni per lei: cerca di dormire ma all’improvviso sente dei rumori fortissimi. Pensa che siano fuochi d’artificio. In realtà non proprio.
Arya si china. Inizia a spostare i detriti con le sue piccole manine, graffiando le nocche contro il cemento. Non cerca il cibo, non cerca vestiti. Cerca qualcosa di più solido e, al contempo, più introvabile.
«Cosa fai?» La voce arriva all’improvviso alle orecchie di Arya, quasi soprannaturale. Da quanto tempo non sentiva la voce di una bambina, se non la propria? Arya, però, non sobbalza; la paura ormai è un muscolo che si è abituato e non si contrae più a questo tipo di eventi.
Accanto a lei c’è un’altra bambina. Ha i capelli sporchi di polvere, le guance grigie, un bel sorriso a cui però manca un dente. Anche Arya non vedeva l’ora di perderli e di diventare grande. Indossa un cappotto troppo grande, con le tasche che pesano per quanto sono piene di cibo, o di sassolini forse.
«Cerco la felicità» risponde Arya, senza smettere di scavare. «Mio nonno diceva che un giorno prima o poi avrei potuto essere felice, ma io non so che cos’è la felicità. Qui è tutto sottosopra. Mi sto chiedendo… che forma ha? È pesante? Se la trovo, riuscirò a sollevarla da sola?»
La bambina la guarda. Non sorride più. Si fruga nelle tasche, per cercare se lì c’era qualcosa di utile, invano.
«Non ha forma. Ed è inutile cercarla qui sotto. La felicità è qualcosa che in questo posto non arriva più.» Si avvicina sempre di più ad Arya, con le scarpe che scivolano sulla polvere. «Però io so dove la tengono. La tengono quei bambini che dormono al caldo nel loro letto, quelli che ogni giorno vanno a scuola, quelli che vivono circondati dalle persone a cui vogliono bene, quelli che hanno cibo e una casa, quelli che ogni notte sognano cose bellissime, non noi. Però, pensandoci bene, loro ne hanno così tanti di sogni che non se ne accorgono nemmeno se gliene mancano un paio.»
La bambina si siede vicino ad Arya. «Chiudi gli occhi,» dice lei. «Vorrei rubare i sogni a chi è felice e metterteli dentro la testa. Resta ferma. Ora glieli portiamo via.»
Arya obbedisce. All’inizio vede tutto nero, com’è abituata. Ma poi, qualcosa cambia. Tutto si trasforma in colori. Riesce a immaginare le sue ciabattine di nuovo rosa, il suo amico Akio che gioca con lei, la mamma e il papà che la abbracciano. Sogna.
Arya non vuole più aprirli gli occhi, vuole rimanere così. Forse l’ha trovata un po’ di felicità.
Per la prima volta, la speranza non sembra più un detto passato di moda, ma un segreto rubato che nessuno potrà mai bombardare.
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Categoria 13 – 15 anni

1° premio a Gabriele Bellucci, di Cervasca
Insieme alla pallavolo
La mia idea di felicità è cresciuta insieme alla pallavolo, uno sport che nel tempo è diventato molto più di una semplice attività fisica. È uno spazio in cui ho imparato a conoscermi, a mettermi alla prova e a capire davvero cosa significa impegnarsi per qualcosa che conta. Se ripenso alle mie esperienze, mi accorgo che molte delle emozioni più forti che ho provato — dalla gioia alla delusione — sono nate proprio in campo.
All’inizio la pallavolo era solo un gioco: andavo agli allenamenti senza troppe aspettative, con l’unico obiettivo di divertirmi. Con il tempo, però, sono arrivati i sogni e le aspirazioni. Ho iniziato a desiderare di migliorare, di diventare più sicuro nei miei gesti, di essere un punto di riferimento per la squadra. Sognavo di vincere partite importanti, di fare la differenza nei momenti decisivi, di sentirmi soddisfatto di ciò che facevo. Questi sogni mi hanno insegnato che la felicità non è solo nel raggiungere un risultato, ma nel percorso fatto per arrivarci: negli allenamenti duri, nella fatica, nella costanza.
Accanto ai sogni, però, ci sono sempre state anche le paure. La paura di sbagliare una ricezione facile, di mandare fuori una battuta nei momenti cruciali, di deludere i compagni o l’allenatore. Ci sono stati momenti in cui queste paure prendevano il sopravvento e mi facevano dubitare delle mie capacità. Ma proprio attraverso queste difficoltà ho iniziato a crescere davvero. Ho capito che sbagliare è inevitabile, e che la vera forza sta nel continuare a provarci, anche dopo un errore. Ogni volta che riuscivo a superare una paura, anche piccola, provavo una sensazione di libertà e soddisfazione che si avvicina molto alla mia idea di felicità.
Un aspetto fondamentale della pallavolo è la squadra. A differenza di altri contesti, qui non sei mai da solo: ogni punto è il risultato di un lavoro collettivo, di fiducia reciproca, di collaborazione. Ho imparato quanto sia importante sostenersi a vicenda, incoraggiarsi dopo un errore, condividere sia le vittorie che le sconfitte. La felicità, in questo senso, non è qualcosa di individuale, ma qualcosa che nasce dal sentirsi parte di un gruppo, dal sapere che qualcuno conta su di te e che tu puoi contare sugli altri.
Ci sono momenti che rappresentano perfettamente questa idea di felicità: una partita combattuta fino all’ultimo punto, un’azione ben costruita, uno scambio lungo in cui nessuno vuole mollare. Ma anche momenti più semplici, come una risata durante l’allenamento, uno sguardo d’intesa con un compagno, o quella stanchezza “bella” che senti a fine giornata, quando sai di aver dato tutto.
Oggi non penso più alla felicità come a qualcosa di perfetto o continuo. So che ci saranno sempre partite perse, giornate storte, errori difficili da accettare. Ma ho capito che la felicità sta nel modo in cui vivo tutto questo: nell’impegno, nella passione, nella voglia di migliorare ogni giorno. È entrare in campo con determinazione, accettare i propri limiti e lavorare per superarli.
In definitiva, la pallavolo mi ha insegnato che la felicità non è vincere sempre, ma amare ciò che fai, condividere il percorso con gli altri e non smettere mai di crescere. È un equilibrio fatto di sogni, paure, fatica e soddisfazioni. Ed è proprio in questo equilibrio, imperfetto ma autentico, che ho trovato la mia idea di felicità.
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2° premio a pari merito a

Elisabetta Fontana, di San Defendente Cervasca
- La Felicità con la “F” maiuscola
Quando frequentavo ancora la scuola primaria, la maestra ci spiegò che, nell’analisi grammaticale, i nomi si dividono in due categorie: concreti e astratti. La prima categoria contiene tutto ciò che si può percepire con uno dei cinque sensi, mentre l’altra comprende tutto il resto: la rabbia, la tristezza, la paura e, ovviamente, anche la Felicità. Sono emozioni che però si percepiscono attraverso qualcosa di concreto: un bigliettino dolce, il calore di un abbraccio, il profumo di primavera. La Felicità è il sentimento numero uno per eccellenza, ne siamo sempre alla ricerca, ne sentiamo un costante bisogno. Prima di scrivere queste parole nero su bianco, mi sono posta una domanda: cos’è per me la Felicità?
Ho impiegato parecchio tempo per darmi una risposta. Mi sono accorta che ci sono momenti in cui proviamo questa emozione sincera e spontanea senza accorgercene, perché siamo impegnati a vivere il momento e sorridere spensieratamente.
Io, in particolar modo, sono Felice con la “F” maiuscola quando sono con la mia famiglia in macchina, diretti verso il mare, mentre papà alza il volume della radio, mia sorella e io cantiamo una canzone famosa come due popstar e mamma consiglia “cautamente” a papà di rallentare. Sono Felice quando sono in compagnia delle mie amiche, mentre guardiamo uno di quei fi lm di Natale per nulla prevedibili e scontati. Sono Entusiasta quando, con fatica, la mia squadriglia ed io montiamo la tenda scout e ci prepariamo per una settimana indimenticabile. Quando cucino con mamma, mentre canto la mia canzone preferita sotto la doccia, quando ho portato a casa Lady, la mia cagnolina, in tutti questi momenti sono stata Felice, perché li ho condivisi con qualcuno di importante per me. Senza la condivisione e l’amore non avrei mai vissuto quegli istanti di pura gioia.
Circa un anno fa la mia squadriglia ed io siamo partite per Torino per uscire dalla nostra realtà e conoscerne una completamente diversa. Ci siamo dirette, insieme al nostro parroco scout, verso un centro di recupero per ex tossicodipendenti e subito dopo all’abitazione di un signore che, seguendo l’ideologia di don Oreste Benzi, ha accolto e adottato cinque ragazzi affetti da disabilità di natura fisica o psicologica. Quel giorno, ascoltando le storie di tutti loro, mi sono venuti i brividi. Mentre raccontavano quello che avevano passato, mi sono accorta di quanto io sia realmente fortunata. Adesso possono imparare a sorridere, perché hanno trovato qualcuno che si prenda cura di loro. Questa, per me, è la Felicità: avere qualcuno che ci ama e da amare. Il dirigente del centro impiega ogni giorno un’ora e mezza per arrivare alla comunità; una volontaria della casa famiglia ha rinunciato al suo sogno di lavorare con i bambini per aiutare persone affette da disabilità. Non lo hanno fatto con rammarico, perché, aiutando il prossimo, aiutano anche un po’ se stessi.
C’è una canzone di molti anni fa che i miei genitori ascoltano spesso, scritta da due innamorati che non vedono la Felicità come un bene materiale o un bene di lusso, ma come un momento semplice e genuino, a tratti banale, un momento di amore e condivisione dei propri sentimenti. La Felicità è come un cerotto per il cuore, lo cura, ma la cicatrice rimane, non annulla i momenti bui, ma ci permette di aprire gli occhi e continuare a cercare la luce in fondo al tunnel.
Molti miei conoscenti mi reputano una persona solare, credo che il sorriso sia un’arma molto potente, capace di rallegrare chiunque sia nei paraggi. Fare in modo che anche le persone che mi stanno intorno possano lasciarsi andare a un sorriso, contagiati dal mio, è una delle cose che amo di più.
Ho trovato una risposta a quella domanda che inizialmente mi ero posta: cos’è per me la Felicità? La Felicità è la capacità di cogliere i momenti belli che la vita ci dona e saperli condividere, sapendo che non è una meta da raggiungere, ma un percorso da vivere a fianco di chi amiamo.
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Angelo Massimino, di Margarita
Cavalletta Arcobaleno
Avete presente le cavallette? Quelle macchie verdi o marroncine che vedi solo se ci ti siedi sopra per sbaglio durante un picnic? Ecco, la loro intera esistenza è un eterno gioco a nascondino. La strategia è: mimetizzarsi, sparire, diventare un pezzo d’erba tra i tanti per non finire nel menu di qualche uccello affamato. A pensarci bene, è un po’ quello che facciamo spesso anche noi: abbassiamo il volume della nostra personalità, ci vestiamo tutti con la stessa “divisa” e cerchiamo di non fare figuracce per non finire nel tritacarne dei commenti. In pratica, viviamo con il filtro “invisibile” attivato, convinti che restare nell’ombra sia l’unico modo per stare al sicuro.
Ma la natura, che ogni tanto si stufa di essere noiosa e decide di fare un colpo di testa, ha creato un’eccezione pazzesca. Esiste una creatura chiamata Cavalletta Arcobaleno (Dactylotum bicolor) che sembra uscita da un esperimento grafico andato benissimo. Mentre tutte le sue cugine cercano di confondersi con lo sfondo come se fossero in missione segreta, lei si presenta al mondo con un’esplosione di rosso rubino, giallo evidenziatore, blu elettrico e arancione. È come se Madre Natura avesse finito tutti i colori su un solo insetto, rendendolo ufficialmente l’essere più appariscente di tutto il quartiere.
Scientificamente, questo esemplare è un vero supereroe. Dimenticate i sensi normali: lei ha occhi composti che vedono a 360 gradi, come se avesse delle telecamere di sicurezza montate su tutta la testa. Le sue zampe posteriori, poi, sono come molle caricate al massimo, pronte a farla scattare via in un millisecondo. Ma la cosa più incredibile è il suo atteggiamento. Mentre gli altri insetti giocano a “non mi vedi”, lei lancia una sfida visiva che urla: “Ehi, guardami bene! Sono qui, sono bellissima e non ho nessuna paura di te!”.
In natura questo stile si chiama aposematismo. Di solito serve a dire “sono velenosa, non mangiarmi”, ma la parte divertente è che la nostra cavalletta arcobaleno è un bluff totale: non è affatto velenosa! È solo talmente sicura del suo aspetto da convincere i predatori che mangiarla sia un’idea pessima. È la prova vivente che, a volte, la sicurezza in sé stessi è la miglior difesa del mondo, molto più efficace di mille veleni reali.
E non finisce qui, perché oltre al look da rockstar c’è anche la colonna sonora. I maschi usano le ali per creare cinguettii unici, un po’ come se ognuno avesse la sua suoneria dello smartphone personalizzata per dire a tutti: “Io sono qui, questo è il mio palco e sono fiero di starci!”.
Anche la sua crescita è una lezione di pazienza. Tutto inizia nel buio del terreno, dove le uova aspettano tutto l’inverno. Prima di diventare così splendente, la cavalletta deve cambiare pelle un sacco di volte. Ci vuole tempo per far uscire i colori definitivi, proprio come succede a noi quando cerchiamo di capire chi siamo davvero tra una “muta” e l’altra della nostra adolescenza.
Tutto questo ci dice una cosa semplicissima sulla felicità: non è un premio che arriva se fai parte del gruppo “giusto” o se segui la massa come un robot. La felicità è smettere di essere un filo d’erba qualunque. È il coraggio di non coprire i nostri colori naturali solo perché abbiamo paura di sembrare “strani” o “troppo” agli occhi degli altri.
Essere veri è lo scudo più potente che abbiamo. In un mondo che ci spinge continuamente a “diventare verdi” per non disturbare il paesaggio e non dare fastidio a nessuno, la Cavalletta Arcobaleno è una ribellione gentile. Ci insegna che la vera forza non è essere simili agli altri, ma avere il fegato di essere diversi.
Il segreto della felicità non è aspettare che il mondo diventi improvvisamente colorato per decidere finalmente di sorridere. Il segreto è essere noi, per primi, quella macchia di colore audace che rompe la noia del prato. Felicità è smettere di mimetizzarsi e iniziare finalmente a saltare, fieri di essere eccezione in mezzo a un mare di fili d’erba tutti uguali.