Cascina Pellegrino
“la Mericana”

Centro diurno, campo sportivo, magazzino comunale: queste opere sono state realizzate grazie al lascito di una delle tante famiglie che partirono
dalle nostre terre tra XIX e XX secolo per emigrare altrove.
La cascina, che oggi chiamiamo Pellegrino, venne edificata nella parte più antica (oggi Centro diurno) intorno al XVII secolo e ingrandita nei successivi, quando apparteneva alla Famiglia Ambrosino che diede a Cervasca un sindaco. Passata poi ai Coccordano, venne acquistata nel 1908 dalla famiglia Pellegrino di ritorno dall’Argentina.

Antonio Pellegrino e Maddalena Galfrè partono per l’Argentina nel 1894, appena sposati. Maddalena ha 18 anni. Abitano a Colonia Anita, una località abbastanza isolata, ad oltre 200 km da Cordoba. Ricordavano i figli: “La terra era molto grande. Nostra madre andava a radunare il bestiame a cavallo, portando in groppa anche qualcuno di noi.” Nascono i figli: Caterina, detta Rina, Marta, Andrea, Stefano.
Tornano dopo 14 anni, nell’estate 1908. Il 7 novembre nasce a Cervasca il più giovane e brillante dei figli: Luigi, detto Vigin. Vivono qui, nella grande e bella cascina con “palazzo”. Ma il benessere e i viaggi in calesse durano poco: nel 1910 Antonio muore. Maddalena, la Mericana, come è stata chiamata tutta la vita, ha 34 anni e cinque figli dai due ai quindici anni. Inizia una vita di lavoro, nella riservatezza, nella cura attenta del patrimonio e in buoni rapporti con i vicini. Parlano come i signori, un piemontese elegante, con espressioni e accenti spagnoli: “me falta” era la più caratteristica.
Luigi partecipa per breve tempo alla vita amministrativa di Cervasca nel primo CNL. Si occupa di tutti gli affari di famiglia e la domenica va all’osteria con gli amici più cari a fare la partita.
Solo una sorella si sposa. Gli altri restano nella grande casa e se ne vanno uno per uno. Rimasto solo, Luigi lascia i suoi beni al comune e si ritira nella Casa di riposo di Caraglio dove muore nel 1987.
Cervasca ringrazia Luigi, figlio della Mericana, per la sua generosità.

 

L’emigrazione a Cervasca

Nel corso dell’800 la popolazione cervaschese è cresciuta, arrivando a superare i 3000 abitanti nel 1881. La terra non è più sufficiente per sfamare tutti. Allora si parte.
Non conosciamo il numero esatto dei partenti prima del 1900, ma nei primi venti anni del XX secolo sono circa 600 persone, in prevalenza contadini e loro familiari. L’80% sceglie l’America del Sud, quasi sempre l’Argentina; l’8% si dirige nell’America del Nord; i restanti verso la Francia.
Dal 1925 al 1932 partono ancora 175 persone, ma la terra di destinazione ora è cambiata dall’America, raggiunta solo dal 18% dei partenti, alla Francia, con il restante 82%.
In Provenza, poi, c’è una forte emigrazione stagionale, per il lavoro dei campi e la coltivazione dei fiori.
Partono persone da sole, coppie giovani, famiglie con numerosi figli, spesso molto piccoli.
Ci si appoggia a qualche conoscente che ha già fatto l’esperienza. L’inserimento nella nuova realtà e il lavoro sono duri e non sempre gli esiti sono positivi. Alcuni al contrario si legano alla nuova terra come a una seconda patria e non ritornano più: basta guardare quanti Armando, Bramardi e Renaudo ci sono nel mondo.
Quanti tornano, spesso hanno cumulato in un arco di dieci o venti anni un capitale tale da poter acquistare case e terreni.
C’è chi, come i Vinay, ringrazia per la buona sorte i santi che li hanno accompagnati ed edificano il pilone di San Giacomo.
A Cervasca sono numerosi i Merican, ma parliamo di questa famiglia perché tutti godiamo dei beni acquistati con tanto duro lavoro e regalati alla comunità.